11.12.10

Divino Betile


Nuragic & Contemporary Art Museum design: Zaha Hadid with Patrik Schumacher


Render © Zaha Hadid Architects


A Cagliari ci sarà un museo dedicato all'arte nuragica e all'arte contemporanea. Nascerà sotto il segno dell'apertura e del confronto, con l’intento di far conoscere e valorizzare una civiltà tanto antica e affascinante quanto poco nota come quella nuragica. Si proporrà come punto di riferimento per le ricerche artistiche condotte oggi nell'area mediterranea, come spazio di dialogo e scambio tra popoli e culture. http://www.regione.sardegna.it/bandi_internazionali/betile/

1.11.10

L'Arca del Gusto

Dovete immaginare un’arca, e dentro l’arca, infiniti scaffali in cui giorno dopo giorno sono riposti gli infiniti sapori che la terra sa produrre. La terra si, ma in alleanza con l’uomo. Ecco il segreto della conservazione del gusto: la complicità tra natura e cultura. Dovete immaginare che l’arca esiste e che sta navigando nel grande mare dei luoghi comuni. Circondata da rifiuti, l’arca continua imperterrita il suo viaggio verso l’isola che non c’è, verso il futuro di un nuovo impero fondato sul rispetto della biodiversità. Quello dell’arca è, in effetti, l’unico futuro possibile. Per l’uomo non c’è alternativa, l’unica via di salvezza è quella di saltare su e di ricominciare ad assaggiare le infinite forme che la natura crea. Per esempio la biblica manna, « segno dell’alleanza tra uomo e natura » come ricorda Giulio Gelardi, il contadino prescelto per « continuare a raccogliere la manna nella valle che congiunge Pollina a Castelbuono in Sicilia ». Ma che cos’è la manna ? La manna è la linfa zuccherina che si ottiene praticando delle incisioni sulla corteccia del frassino nel momento in cui la pianta è in amore. Venendo a contatto con l’aria e il caldo dell’estate siciliana il succo condensa diventando appunto manna. Questo cristallo ricco di proprietà digestive, di sali minerali, decongestionante, espettorante, calmante ed emolliente è anche un ottimo dolcificante naturale che può essere usato anche dai diabetici perché non altera il livello glicemico nel sangue. Ad oggi, sono stati selezionati circa 200 presidi in Italia e 120 nel resto del mondo. Dal 2003 la fondazione Slow Food lavora al progetto « Arca del gusto » e cioè all’idea di salvare dall’estinzione le piccole produzioni di eccellenza gastronomica minacciate dall'agricoltura industriale, dal degrado ambientale e dall'omologazione. L'Arca del Gusto cerca, cataloga, descrive e segnala sapori quasi dimenticati di tutto il pianeta, dall’appena citata manna ai fagioli marroni (brown beans di Öland Island in Svezia. I prodotti dell’Arca, altrimenti destinati a scomparire, rientrano così nel circuito produttivo e commerciale e diventano al contempo il veicolo per la comunicazione del territorio dal quale provengono e di cui sono il frutto. L’Arca si mostra in tutta la sua varietà al Salone del Gusto di Torino, ogni anno a fine ottobre. Un passaggio al Salone è dunque una grande occasione per monitorare lo stato di salute della terra e non meno di assaggiare tutte le specialità presenti al contempo in questo straordinario contenitore delle eccellenze. Ma come giudicare la vitalità del pianeta e cosa pensare di tutte queste forme inusitate? Beh, direi che il criterio di base potrebbe essere lo stupore. Stupore nell’ascoltare la storia dei prodotti, come quella magnifica e mitologica del miele di Ohia Lehua, un arbusto della famiglia delle mirtacee endemico delle isole delle Hawaii. Si racconta che Pele, la dea del vulcano, s’innamorò perdutamente del giovane Ohi’a. Ohi’a rifiutò le attenzioni della grande dea poiché era innamorato di Lehua. Per vendicarsi, Pele trasformò Ohi’a in un albero. Furono gli altri dei, impietositi dal lamento di Ohia, a trasformarla nel fiore dell’albero. Si dice che quando sbocciano i fiori di Lehua, la pioggia arriva, come lacrime di Ohia…
Il miele di Ohia Lehua è fresco e non troppo dolce, sa di frutta tropicale e fiori. Ancora un segreto: il legno di Ohia Lehua è ignifugo! Ancora stupore nella comprensione di lingue sconosciute come il brasiliano parlato da un produttore di Andirà-Marau, nel bacino dei due fiumi omonimi, a cavallo tra gli stati di Amazonas e Parà. Questo rappresentante della tribù dei Sateré Mawé mi spiega che il nettare di canudo è uno specialissimo miele prodotto da un ape selvatica che non pica (punge). È molto meno dolce del miele che conosciamo e soprattutto più liquido e saporitissimo. I Sateré Mawé sono, con le api selvatiche canudo, i responsabili dell’impollinazione di almeno un’80% delle specie vegetali della foresta amazzonica. E già, senza le api la vita sulla terra non sarebbe possibile e come mi spiega Luigi Manias, apicoltore sardo di rara sensibilità, nemmeno la bellezza il cui simbolo sono proprio i fiori. Ma per finire il discorso sul lavoro dei Sateré Mawé, non posso non ricordare la lingua secca del gigantesco pesce Pirarucu (tipico abitante dei fiumi locali) che viene usata come raspa per grattugiare i pani dell’energetico guaranà, cibo preferito delle popolazioni locali e ormai coadiuvante nelle diete degli sportivi di tutto il mondo. Al Salone si passeggia dunque tra una regione e l’altra dell’Italia e del Mondo e tutto fa stupore: le patate dolci di Pampacorral, il testarolo artigianale pontremolese, le vecchie varietà di mandorle di Bostanlyk, l’umbù e la baru nut del Brasile, il pinolo di araucaria della Serra Catarinese, il cece di Vicereale, il miele di nespolo di ape nera sicula, il cavolo di fossa delle Alpi di Fischbacher e Wechsel, il melone d’inverno Purceddu d’Alcamo, i Cuddrireddri di Delia (dolcetti per le castellane), il Motal delle province armene di Gegharkunik, Kotayk e Shirak, la patata dlla Bisalta di Cuneo, il lonzino di fico della Serra de’ Conti Marche, il chinotto di Savona, il parmigiano reggiano prodotto con il latte di Vacche Rosse, il sale dolce di Cervia, le mortadelle di Campotosto, le nocciole “Tonde e Gentili” del Piemonte, l’uvetta Abjosh della provincia di Herat in Afghanistan, le mandorle di Avola, il fagiolo bianco di Controne, …
Ci sono poi le specialità specialissime come i Nocciolini di Chivasso e il mandorlato del Torronificio Scaldaferro. Prodotti che continuano la grande tradizione italiana di qualità e che sono l’esempio per quello che un giorno diventerà il mondo se tutti decideranno di dire sì solo al meglio che la natura sa offrire. E, se ho ben capito, è questo il fine a cui tende Slow Food, associazione politica rivoluzionaria che pacificamente ridona voce alla natura e alla bellezza isolando la logica della quantità e dell’accumulo in un angolo d’inutilità. Tutto è qui perché c’è amore, amore nel continuare una tradizione che dura da secoli e secoli e la cui origine si perde nell’origine del mondo di cui l’uomo, al pari delle altre creature, è parte integrante. W le api, w la natura!

4.10.10

IL PROFUMO DEI CAPPERI

Torno da un lungo fine-settimana passato a scoprire le ricchezze di Trapani e Pantelleria. Curiosa di vedere da dove vengono “questi benedetti capperi”, ho preso dunque il comodissimo aereo che collega Charleroi a Trapani. Trapani è la città capoluogo della provincia che occupa il territorio ovest dell’Isola di Sicilia. Oltre alle più note cittadine di Marsala (dove sbarcarono i Mille e Garibaldi nell’intento risorgimentale di dar vita all’Italia), Mazara del Vallo (che lega la sua notorietà soprattutto alla pesca), San Vito lo Capo (famosa per il suo Couscous e per le spiagge bianchissime) e naturalmente la bellissima e impervia Erice (un paese gioiello incastonato sulla cima del monte Erice, giusto alle spalle di Trapani), il comprensorio di Trapani si estende anche alle isole Egadi (Favignana, Levanzo e Marettimo) e all’Isola di Pantelleria. Se Favignana è più nota per la mattanza del tonno e per le sue industrie conserviere, Pantelleria lo è per i suoi capperi IGP, per il Passito e per il suo profumatissimo origano. Qui, ovunque ci si giri si trova qualcosa da ammirare. Che sia un tramonto, un’alba, una roccia a forma di elefante, un fiore, un frutto, un’architettura o la semplice forma delle cose che in questo particolare punto della terra assumono dolci sembianze amiche. Così a Trapani mi sono sentita subito di casa e non ho perso tempo per trovare la strada verso i suoi tesori. A Trapani c’è un lungomare magnifico su cui si affacciano le case rosate dei pescatori, ci sono dei bastioni e una torre che finisce nel mare. Ci sono le granite e cannoli della storica pasticceria Colicchia (la granita al caffè vale da sola il viaggio a Trapani. Deliziosa quella al gelsomino, fatta con i veri fiori di gelsomino!). A Trapani ci sono i generosi e semplici piatti di trattoria (vi consiglio di andare da Antichi Sapori) dove si può mangiare lo sgombro appena pescato e una deliziosa frittura di pesci neonati (latterini e capuccetti). Ci sono poi le viuzze della medioevale Erice, arroccate sulla cima dell’omonimo monte raggiungibile con una modernissima funivia da cui si gode un panorama eccezionale sulla penisola di Trapani e sulle sue suggestive saline. A Erice è d’obbligo la sosta presso la pasticceria di Maria Grammatico, orfanella che ha saputo tramandare la tradizione secolare delle suore di clausura di Erice. Sono speciali le paste di mandorla, i cannoli, le cassate, i mostaccioli, i bucellati di fichi e la frutta martorana da conservare nelle coloratissime scatole di legno siciliane. Da qui si ridiscende verso la città illuminata e il suo porto pieno di navi. Il mio viaggio continua… M’imbarco per Pantelleria dove mi risveglio come in un sogno. Ad attendermi c’è Marilena che con il suo entusiasmo e la sua solare bellezza comincia a raccontarmi “l’isola dei capperi”. Per la cronaca, Marilena e Alessandro sono i nostri fornitori di capperi, quelli della ditta Kazzen, nome della località situata a pochi chilometri dal paese di Pantelleria. Subito andiamo in azienda e vediamo come funzionano le cose. Conosco Alessandro che è intento a setacciare i capperi (i frutti, infatti, hanno un calibro diverso che ne determina l’impiego). Ci sono delle nuove marmellate e vari prodotti in preparazione. La specialità di questo periodo è l’elisir di passito, un “miele” che si ottiene dal mosto dell’uva zibibbo. È un prodotto straordinario che non avevo ancora mai assaggiato e che ovviamente si troverà presto in vendita da Mmmmh! Ottimo per accompagnare i formaggi, dolcificare tè e tisane o semplicemente per arricchire una fetta di pane. L’odore dei capperi in salamoia è penetrante e tipico, non potrò mai dimenticarlo! Basta lavorare! Marilena mi accompagna per Cale (così si chiamano i luoghi dell’isola) e paesaggi strepitosi: il lago Specchio di Venere, il laghetto delle Ondine, le fonti di acqua calda termale, la sauna della Grotta di Benukulà, le antiche tombe di Gibelé e la fossa del Russo, la Montagna Grande. Vediamo le viti bassissime e gli ulivi, vediamo i fichi d’india e le palme. La Macchia pantesca rivela colori straordinari e aspetti contrastanti di un mondo al limite tra il continente europeo e quello africano. L’origine vulcanica è indimenticabile: ovunque sono i segni dell’attività che anima il fondo di questo mare. Ho anche la fortuna di poter fare un bagno (il mio primo bagno di ottobre) nelle acque calde di Cala Gadir e poi un giro in barca intorno all’Isola. Tra le altre scopro dei biscotti al sesamo e dei cantucci che sono l’ideale accompagnamento per il Vin Passito di Pantelleria (che presto assaggerete!). La cucina pantesca è semplice e sincera. Pochi prodotti di grande qualità: capperi, olive, origano, pesce, … La pizza, il couscous e poi i ravioli panteschi (con il ripieno di ricotta, conditi con burro e salvia). Le ricette della tradizione si conservano fino a noi e si tramandano grazie al lavoro di famiglie come quella di Marilena e Alessandro (ci sono anche Camilla e Giorgia, due principesse di 13 e 6 anni). I prodotti tipici vengono selezionati e lavorati con cura per essere trasportati in tutto il mondo. Non solo capperi IGP al sale (i più rinomati e conosciuti). Ci sono quelli conservati nell’olio, i frutti del cappero, il paté di capperi e il pesto pantesco. Ci sono la crema di finocchietto selvatico, l’origano e l’uva zibibbo (secca, in confettura, in elisir) e poi il Passito. I prodotti di Kazzen sono il tesoro di Pantelleria e Marilena e Alessandro ne sono i custodi. Verranno presto da Mmmmh! per insegnarci a preparare il pesto pantesco e perfino un menù tipico dell’isola. Saluto Pantelleria sotto un cielo tappezzato di stelle e un leggero vento di Scirocco e mi risveglio di nuovo a Trapani. Sono ormai di casa, noleggio una bici e mi avvio verso le saline di Nubia. Il paesaggio è straordinario, tra mulini e vasche di decantazione, tra mucchi bianchi di cristalli purissimi e un cielo che si trasforma in mare. L’aria calda profuma di zagare e nei campi ormai spogli riposa ancora qualche melone giallo. Visito il museo del sale e poi il paese di Paceco che da i natali a ben 3 presidi slowfood: l’aglio rosso di Nubia, Il melone cartucciaro, e il pomodoro seccagno pizzutello. Sono momenti indimenticabili! Anche l’attesa dell’autobus alla stazione delle corriere, anche infine il ricordo della gentile accoglienza di questa terra (perché lo è, anche se in mezzo al mare) ordinata, orgogliosa e straordinariamente bella.

15.8.10

L'Eclisse 1962 - Michelangelo Antonioni


Segni incomprensibili, non narrativi: un acquedotto, un incrocio, una statua, una finestra. Segni antichi che rumoreggiano nel centro della città: telefoni automobili, caffé, messaggi cifrati. L'assurdo e inatteso dietro l'angolo: una vicina che uccide un palloncino, un ubriaco che ruba la macchina per finire nel fiume, un giocatore che scarabocchia fiorellini. Si parla di scimmie, di un luogo primitivo dove non c'è niente da capire, solo vita. Questo cerchiamo di dimenticare o ricordare.

14.8.10

Nel Paese di Herve

Sono stata a Aubel, nel paese di Herve, per visitare la sciropperia artigianale della famiglia Nyssen.
Mi hanno accolto Joseph, Claudy e Antoine che sono nell’ordine : il nonno, il padre e il nipote. Sono tre personalità molto diverse, ma unite da una grande passione : la sciropperia ! È un piacere scoprire che esistono ancora realtà come quelle che si trovano nel paese di Hervé dove le colline nascondono colline e ruscelli e fattorie e frutteti e tante, tante mucche… È un piacere arrivare a Aubel ed essere accolti da una famiglia vera e dalla semplice e squisita bontà di un succo di mela. Sono ancora estasiata dalla vista dei grandi calderoni in rame che servono a raffinare il succo di mela precotto. Uno dei tre racconta una lunga storia. Alla fine del 1800, fu offerto come regalo di matrimonio al bisnonno di Claudy e durante la seconda guerra mondiale, seppe resistere per mesi, nascosto sotto terra nel frutteto, pur di sfuggire alle razzie degli invasori. Calderoni così finora li avevo visti solo dipinti nei grandi affreschi medievali che rappresentano il giudizio universale o in generale qualche supplizio escogitato per esaltare il santo di turno. E già, i peccatori di un tempo si facevano bollire in pentola, come lo sciroppo di Aubel!
Ma andiamo per ordine. Claudy mi accompagna e mi spiega per filo e per segno a cosa servono tutte le cose che si trovano nel capannone che dal 1984 ospita la sciropperia. Si parte dall’esterno, dove si trovano i pallox, ovvero le grandi casse di legno portate dai contadini che tra metà settembre e metà novembre di ogni anno vengono a vendere la loro frutta alla famiglia Nyssen. Si tratta di pere e mele di alberi ad alto fusto. Questi alberi sono meno fruttiferi di quelli bassi, ma non richiedono l’uso di pesticidi e danno frutti molto più saporiti e succosi. Dopo la pesatura, che ha luogo nell’area esterna, la frutta viene immessa nella grande cisterna dove si svolge la prima cottura (4200 kg alla volta). Mescolata nella canonica proporzione 80% pere e 20% mele (frutti interi con queue, peau et mouche), la frutta bollirà dalle due del pomeriggio fino circa alle 3 del mattino quando Claudy arriverà per la pressatura (mise en presse).
Un ingegnoso sistema idraulico pompa il succo in una grande pressa che impietosa strizza i frutti fino a esaurimento. Il succo si raccoglie in un altro condotto che arriva dritto ai calderoni in rame. L’idea di una casa in cui, al posto dell’acqua, dai rubinetti fuoriesce del succo di mele mi riporta per un attimo nel bosco incantato di Hansel & Gretel, che ricordi! Ma ecco che Claudy tira fuori la “mahette” (è vallone!), una specie di grande maryse in legno e rame che serve a mescolare la pozione sbollentante. Serviranno due ore di cottura per ottenere lo sciroppo e alla fine è questione di attimi poiché un minuto più o uno in meno possono vanificare tutto il lavoro. Non esistono macchine capaci di riconoscere quando lo sciroppo è pronto. Il momento giusto è scelto in base all’esperienza dell’artigiano: Joseph, Claudy e poi Antoine…
Ma non è ancora finita poiché lo sciroppo deve ancora finire nei vasi ed essere etichettato. Ci vorrà ancora una notte per lasciare che si raffreddi e poi un sistema moderno per tappare ed etichettare. Una volta per invasare si usava un bel mestolo in rame (che qui si chiama pêlon). Claudy ne conserva uno e credo che lo usi ancora all’occorrenza! Ecco, il giro è finito. Saluto tutti e mi rimetto in cammino verso la città. Attraverso un échalier per uscire da questo mondo idilliaco e inconsciamente mi perdo un po’ prima di ritrovare la via. Passeggio nel parco di Valdieu, attraverso più volte il villaggio di Olne (tra i più belli della Vallonia), Pepinster, Soumagne, Battice, Thimister, Herve… Nel frattempo rifletto sugli ingredienti dello sciroppo e sulla necessità di un luogo di utilizzare le sue risorse, sulla naturalezza delle cose semplici e vere. Mi chiedo perché i datteri si trovino nella ricetta di un'altra sciropperia e mi rispondo che sarà per far addensare più rapidamente il succo, per scurirlo e per addolcirlo. I soli ingredienti dello sciroppo artigianale di Aubel sono: pere (80%) e mele (20%). Qui, a Aubel, non ci sono palme da datteri. Così, senza aggiunta di nient’altro, né zucchero, né datteri, lo sciroppo si conserva fino a 10 anni. È l’unico prodotto belga elencato tra i presidi di SlowFood, per ora… Rientro a malincuore e senza fermarmi a Liegi. Il Carré può attendere, ci andrò con Marie-Pierre quest’autunno, quando torneremo insieme per vedere e soprattutto annusare gli effluvi della nuova produzione. Per adesso speriamo che piova, se no le pere cadranno tutte prima di maturare. Ah, piova si, ma non troppo ;)

1.8.10

Dull flames of desire


Amo gli occhi tuoi amica mia,
il loro gioco splendido di fiamme.
Quando li alzi all'improvviso
e con un fulmine celeste
guardi veloce tutto intorno.
Ma c'è un fascino più forte,
gli occhi tuoi rivolti in basso
negli attimi di un bacio appassionato
e fra le ciglia semichiuse del desiderio
il fumo e fosco fuoco. (Fëdor Ivanovič Tjutčev)

25.7.10

The luxury of Dandoy


Nel mio immaginario Dandoy è legato a dandy. Banale ma in fondo la definizione di dandy si adatta bene ai biscotti Dandoy : raffinati, eleganti, originali, preziosi. In ogni creazione della quasi bicentenaria firma bruxelloise si puo’ mordere l’intransigente ambizione all’eccellenza. Innanzitutto gli ingredienti sono veri e freschi : uova, burro, mandorle, farina, zucchero, cassonade, thé, spezie… Non ci sono aromi né polveri sostitutive, al massimo un po’ di bicarbonato per preservare la freschezza dei biscotti un po’ più a lungo. Poi il savoir-faire che comprende anche l’eredità di un forno che dal 1940 cuoce il piu’ mitico dei prodotti Dandoy : il pain à la grecque. Savoir-faire di artigiani come Salem e Pascal, capaci di riconoscere a orecchio quando l’impasto è pronto.
Vi assicuro che l’atelier Dandoy é uno spettacolo. Non si tratta di saloni delle feste con candelabri e grandi specchi, al contrario l’ambiente è sobrio e nascosto. L’impatto é prima di tutto olfattivo : burro ! Il burro prevarica su ogni cosa e si sposa allo zucchero caramellando sui fogli di carta oleata disegni da intingere nel thè. Tutt’intorno ci sono carrelli verticali che si riempiono di teglie da infornare o appena sfornate: speculoos, pains à la grecque, palmiers, biscuits au thè…
Al nostro arrivo (sono con Carlo che gentilmente mi ha invitata ad accompagnarlo) siamo accolti da Monsieur Bernard Helson in persona che ci porge un cappellino di stoffa. Bernard ci inizia all’arte del burro e non fa misteri: qui non ci sono segreti! Vediamo un abile fabbricante che lavora la pasta sfoglia e aggiunge la farina come se fosse polvere magica, meraviglia ! Poco più in là un letto di granella di zucchero bianca bianca aspetta di vestire l’impasto del pain à la grecque. E un letto di quasi 2 metri e veramente irresistibile per me che di zucchero vivrei, irresistibile come il pain à la grecque appena sfornato, quando il caramello scoppietta ancora sull’impasto. L’ultima sorpresa di questo strano sogno mattinale é annunciata dall’arrivo degli stampi di legno, gli stampi per gli speculoos. Sono stampi firmati che rappresentano le figure della tradizione, ma anche stampi commissionati da clienti speciali. Ecco, immaginate uno speculoos a forma di Mmmmh! Ebbene, non è facile sformare un gatto e ci vuole ancora piu’ dovizia se si vuole imprimere nella pasta la forma di una donzella o di un Saint Nicolas. Gli stampi sono tanto più pesanti quanto sono grandi e per sfornarli il gesto è quello di girarli in volo e abbatterli seccamente sul piano di lavoro. Salem e Pascal sono dei veri mastri. Pigiano la pasta nello stampo, levano l’eccesso con l’aiuto di un filo di metallo, uno due e hop, un’altro! Ci prepariamo a lasciare Dandoy, il burro, lo zucchero... Un’ultima occhiata al laboratorio dove le donne impacchettano a mano le delicate amandines, le mie preferite. Vorrei un giorno una casa con il pavimento di amandines…
http://www.biscuiteriedandoy.be/

24.7.10

London Made in Italy


Non mi sentirete parlare molto di ristoranti, né di chef. Da perfetta italiana quale ogni giorno di più mi scopro essere preferisco mangiare a casa, anche di amici. Normalmente quando viaggio o lavoro, piuttosto di avvelenarmi con cibaglie preparate senza amore, adotto la tecnica di svegliarmi in anticipo e di prepararmi un sano pasto da consumare in qualche suggestiva location scoperta camminando per strade sconosciute o in un angolino che diventa il mio personale paradiso. Il punto è che per noi italiani la cucina e il cucinare non sono giochi da prestigiatori, né operazioni chimico matematiche. La cucina è per noi il senso dell’ospitalità, lo scambio : la cultura. A tavola non desideriamo essere stupiti, ma coccolati e riconfortati di tutto quello che fuori ci invade, o meglio invade il nostro giardino incantato. Per questo in Italia l’arte della tavola è così legata alla figura materna e al suo potere salvifico nella dimensione dei sogni. La madre come la cucina sono nel nostro immaginario i guardiani dell’età dell’oro. L’appetito che abbiamo a tavola è dunque quello del bambino. Per nutrire il nostro ospite scegliamo quello che di meglio la natura sa offrire : le stagioni, i colori, i sapori chiari e distinti dei frutti di una terra rispettata. Sulla tavola degli italiani troverete dunque i pomodori dell’orto, le ciligie dell’albero della zia, il pesce che oggi il papà ha comprato al mercato (ed è stata davvero una pesca miracolosa !). In generale il cuoco non sarà mai abbastanza soddisfatto della sua opera perché raramente le ricette riveleranno il sapore vero degli ingredienti. Il segreto sarà sempre che i pomodori sappiano di pomodori e che le uova assomiglino il più possibile alle uova. Lo scopo invece, lo ripeto, sarà quello di unire i commensali in un armonioso convivio che si chiama casa (casa = amore). Tutta questa premessa non è superflua quando si parla di Giorgio Locatelli, un italiano che ho scoperto grazie alla televisione (quando ancora ne avevo una e la guardavo). Come Jamie Oliver, una decina di anni fa Giorgio animava lo schermo spiegando le sue ricette. Come Jamie Oliver rappresentava l’idea di una cucina senza peccato, la cucina dei figli che non hanno paura di prendere in mano le cose e di dargli nuova forma con gesti decisi ma rispettosi. Mentre Jamie shakerava il pollo e le patate in un cartoccio marrone da mettere in forno, Giorgio apriva la mozzarella come una rosa utilizzando le sue dita. Mentre Jamie sbatteva la teglia del forno per risvegliare gli spiriti croccanti della pasta brisé, Giorgio condiva l’insalata immergendo le sue mani nella grande terrina. La differenza sostaziale tra i due era alla base quella conoscenza innata dei prodotti che è un altra caratteristica degli italiani. Nessuno stupore di fronte ad una zucchina, per noi esiste da sempre ! Quelle grosse che si trovano al supermercato non sono vere. Le vere zucchine sono piccole e spesso sono vendute ancora col fiore. Addirittura le vere zucchine sono quelle che abbiamo nell’orto. Quello che Jamie spiegava come qualcosa di appreso, Giorgio lo trasmetteva come un racconto che da secoli si tramanda, di generazione in generazione… Mi rendo conto che la distinzione sia sottile, ma credo valga la pena insistere su questo gap, é culturale ! Ma ritorniamo a bomba : la mi agita a Londra per mangiare alla Locanda Locatelli. Ebbene è tutto vero ! Si entra e ci si sente a casa. La locanda è un po’ una nave, un po’ sott’acqua l’idea dei separé di vetro con delle onde opaline che discendono e gli specchi bombati che riflettono pensieri di pesci. Essenziale il decoro : tovaglia e tovagliolo inamidati, le posate : 2. Arriva il bicchiere e poi l’acqua Lurisia, la mia preferita tra le italiane. Con lo staff parliamo italiano, in inglese con i vicini di tavolo. Sono Judy, che festeggia oggi il suo compleanno e Roy, suo marito. Loro hanno già finito l’antipasto. Cominciamo a parlare del Belgio e dell’Italia, quasi subito della famiglia. Ordino il Branzino alla Vernaccia di San Gimignano in crosta di pomodoro con puré di carciofi e poi l’insalata di rucola e datterini che chiedo di portare come antipasto. A completare il decoro della tavola arrivano un bicchiere di grissini stirati a mano e un paniere di legno liscio riempito di focaccine, mini pizzette e una rosetta. Nel frattempo Judy e Roy ricevono il primo. Sono i Malfatti con ripieno di ricotta, noci e melanzane. Li vedo scomparire e poi ritornare nel sorriso dei convitati. L’Italia è sempre più vicina, ci raccontiamo i nostri lavori e le nostre vite… arrivano i secondi ! Judy ha preso il Nasello in scabeccio (con coriandolo, aglio e finocchi), Roy il Vitello al saltimbocca, parmigiana di melanzane e finferli. Intanto io mangiucchio la mia insala di rucola e pomodorini e sento il sapore dei datterini e quello della rucola. I pomodori sono ottimi, mentre la rucola, di cui ho riscoperto il vero sapore durante il mio viaggio i Italia della settimana scorsa é solo sufficiente. Ad ogni modo l’insalata è condita perfettamente, penso e spero mescolata con le mani, anche se non da quelle di Giorgio visto che lui si trova in Sicilia, in vacanza : meritata!

E finalmente arriva il mio branzino. Il piatto è intrigante. Al centro, sul letto di puré di carciofi c’é il filettino. Aperto in due, la crosta all’insù, formata sulla pelle che comunque resta morbida. La gratinatura di pomodoro ricorda un po’ le spugne di mare e l’insieme della composizione una tartaruga. La Vernaccia di San Gimignano è raccolta nei calici di carciofo e l’unico modo di godersela sembra quello di prendere le foglie e succhiarle, come si fa a casa. Non ci penso nemmeno su e mi lascio andare (della macchia sulla camicia mi accorgerò soltanto più tardi!). Alla fine sono contenta, ho mangiato bene, in buona compagnia e ciò che più importante mi sono dimenticata di tutto il resto. Ordino il caffé e parlo del tiramisù con Judy e Roy. Il caffé è illy! arriva accompagnato da un piattino con due amaretti, due tartufi al cioccolato e due pezzetti di pasta di frutta. Ahimé, è l’ora del commiato, il lavoro mi attende! Ci immortaliamo a vicenda, ci salutiamo e ci diamo appuntamento a presto perché questo è il senso di una tavola che si rispetta : tornare!

La più buona Passata del mondo


Vi consiglio di riconsiderare la vostra idea di Italia e di mettere la Basilicata in bella vista. Effettivamente, la posizione di questa regione non é strategica. Chiusa fra Puglia, Campania e Calabria questa antica regione del mondo sembra essere di richiamo solo per grandi registi e pastori nomadi (a Matera, tra i Sassi, si sono girati molti film. L’ultimo e più noto al grande pubblico, La Passione di Mel Gibson). Forse è meglio così, forse è meglio che le masse se ne stiano alla larga, lontano da questo paradiso dove del resto io ho solo messo un dito e neanche tutto il piede. Ebbene si tratta di una natura strepitosa fatta di montagne, parchi nazionali e zone faunistiche protette. A Matera si trovano ancora intatti gli insediamenti trogloditi chiamati Sassi, dichirati a buona ragione patrimonio dell’umanità dallUnesco. Si racconta inoltre di un mare straordinario a Maratea, lo sbocco sul Tirreno e di antichi templi lungo la costa ionica. Ancora nella provincia di Matera si parla di « terre del pane ». Meno conosciuto di quello della vicinissima Altamura, il pane di queste parti é fatto col miglior grano duro, macinato a pietra e cotto negli antichi forni a regola d’arte. Il pane di Matera si pregia del marchio igp, come anche il fagiolo di Sarconi e il peperone di Senise. Hanno il marchio dop invece il caciocavallo silano e la straordinaria melanzana rossa di Rotonda che quest’anno potremo assaggiare anche da Mmmmh ! Cinzia infatti la coltiva nel suo orto : L’orto di Lucania appunto ! (http://www.ortodilucania.it/)
Ecco la meta del moi ultimo viaggio in Italia, ecco Cinzia e Fulvio e tutta la famiglia che si riunisce proprio nei giorni del mio soggiorno. Fulvio mi accoglie alla stazione di Ferrandina tra un mare di stelle (una filante), cicale e i miei adorati eucalipti. Al mio arrivo è molto tardi e solo l’indomani avrò piacere di scoprire la distante bellezza del paesaggio che incorona la valle del Bradano. Qui, all’Orto di Lucania siamo circondati, ma senza essere oppressi. Lassù è Montescaglioso, là Matera, quella è invece Ferrandina e ancora più in là sono Pomarico e Malionico. Qui in mezzo c’è una piscina ristoratrice che solo una siepe nasconde ai campi di grano. Sotto grandi pini , eucalipti, acace e tigli ci sono gli appartamenti, sobri ed eleganti. L’erba è fresca e un sentiero conduce all’uliveto che protegge la sala da pranzo. È Fulvio che si occupa del menu. I suo piatti sono gentili, il suo gusto nobile. La sua è una cucina semplice e rispettosa in cui tutti gli ingredienti si armonizzano e cantano insieme. Cinzia è il cuore pulsante dell’agriturismo. Il suo lavoro è certosino, segue i prodotti dalla semina al vasetto.
Dopo un’attesa durata quasi tre anni arrivo nel campo di pomodori dove l’ho trovata la prima volta che ho chiamato l’Orto per chiedere informazioni sula Passata. I san marzano stanno timidamente arrossendo, sono bellissimi e ne prendo cinque per la cena. Cinzia ride e dice che non sono maturi. Io le spigo che per niente al mondo me ne andrei senza averli assaggiati (erano buonissimi e anche Cinzia lo ha dovuto ammettere che per essere i primi, erano buoni !). Vicine ai pomodori si trovano le piantagioni di sedano, di melanzane, la barbabietola da zucchero e le angurie. Qui il metodo di coltivazione è biologico, le raccolte si fanno manualmente e tutto con un’attenzione che potremmo definire svizzera all’igiene. Come forse già sapete, la passata di Cinzia, ma anche i filetti sono di qualità superiore. Il segreto di una buona Passata (anche la conserva di filetti dipende dagli stessi criteri di lavorazione) è anche nel levare l’acqua in eccesso. Immaginate che per arrivare a un vasetto di 500gr ci vogliono almeno 2kg di pomodori ben maturi (vale a dire scelti uno ad uno). Cinzia mi spiega i vari passaggi per arrivare alla polpa e il suo racconto è così entusiasmante che mi sembra di satre su una neve a caccia di pirati. Al contempo predo coscienza della bontà dei sott’olio dell’orto di Lucania : i pomodorini (che vengono fatti seccare al sole su delle griglie che ho visto arrampicarsi sulla collina dove sorge il vecchio ovile del ‘700), i carciofini, le melanzane, le melanzane rosse di Rotoda e perfino il miele di eucalipto. Non ultimo l’olio, assolutamnte divino ! Prima della fuga riesco a strappare una foto a me e a Cinzia, saluto la famiglia che ormai è un po’ anche mia e do appuntamento a prestissimo perchè qui voglio tornare e stare un po’ di più…

Ps tra i prodotti tipici devo assolutamente segnalare un oggetto che si chiama cuccù. E uno strumento a fiato, una sorta di schietto in forma di gallinella sul cui dorso stanno un ciuffo d’erba e due uccellini. Il cuccù ha da sempre accompagnato la solitudine dei pastori durante le lunghe trversate e nel tempo ha assunto una funzione propiziatoria per le giovani coppie. Esistono cuccù di grandi dimensioni in cui si vede la natura crescere sul dorso appunto di una gallinella , che sia la terra, la bella Basilicata. I più bei Cuccù si trovano da Geppetto in Piazza del Sedile a Matera (ilsedilegeppetto@virgilio.it, Tel +39 0835 331857) Strepitosi e anche giganteschi i Cuccù di Tommaso Niglio. Di fronte alle sue opere si può veramente parlarlare di arte (Recinto Terza Annunziatella Matera – Tel +39 0835 333407)

19.7.10

Divorzio all'Italiana


Ieri sera ho chiuso in fretta il negozio per andare a vedere il film giù al paese. Il cinema era quasi pieno, il pubblico delicato. Abbiamo riso con rispetto e ammirazione per quel senso raffinato delle cose, per l'arguta capacità di architettare la storia. Abbiamo ammirato il genio del luogo così sapientemente ritratto. L'Italia è questa visione lucida del passato, questa distanza intelligente che è lo stile.
Divorzio all'italiana è un film del 1961 diretto da Pietro Germi

15.7.10

check in



la bambina ha un paio di piccole ali cucite sul vestito di hello kitty. gira intorno a un paletto canticchiando. suo padre ha l'aria di essere un contadino i vacanza: un contadino giapponese, serio, elegante. il contadino giapponese tiene in mano un passaporto thailandese e calza delle scarpe tecnologiche, delle nike aperte dietro come dei sandali. la bambina con le piccole ali ora gioca con lo zaino della mamma. la bambina ha un fratellino, l'ho visto prima, ma adesso è sparito fra la fila dei passeggeri. eccolo, è ritornato. si era allontanato con un ragazzo europeo. finalmente capisco che il contadino giapponese con il passaporto thailandese è solo il nonno dei due angioletti. sua figlia è la madre, il ragazzo europeo il padre. in questo momento la principessa hello kitty gira di nuovo intorno al palo dove si rispecchia e canticchia disarmonie giapponesi. poi abbraccia il fratellino, lo tocca. poi lui tocca lei, si cercano, cadono, giocano. il vecchio contadino giapponese continua a leggere il suo passaporto thailandese e poi guarda nel vuoto verso la pista di volo.

4.5.10

Il viaggio di miss plume



Sono stata sotto il mare e al centro della terra. C'erano strani esseri che ho potuto studiare da vicino. Là non ho trovato quello che cercavo...

19.4.10

Tisbe


John William Waterhouse- Thisbe

ho ascoltato a lungo il silenzio prima di riconoscere una voce