2.2.14

1.10.12

John Cage & Satie: Lyon 2012

Lyon : quelle surprise ! J’y étais pour un concert et j’ai découvert un monde… Déjà mon cœur reste au Vieux Lyon : normal. La cascade bleue, le théâtre gallo-romain, l’église Saint-Georges, les carnets de voyage de Fabienne Amiel, la céramique d’Emmanuel Estève, la rue Saint-Jean, le Baptistère, la rue Saint-Jean jusqu’à la passerelle Saint-Vincent, la Renaissance, le tourisme touristique, la Limonade de Marinette, le CNSMD, Pauline Jaricot, la Basilique de la Fourvière, évidemment… Tout ça en montant descendant par des montées et des escaliers comme dans un labyrinthe à la Escher : sottosopra d’émotions humides et infiniment précieuses. La soie arrive avec son froufrou et j’en capte la puissance et le pouvoir surtout. Je suis au musée des arts décoratifs et c’est une dimension autre de Lyon. C’est ici le marché des fruits et légumes qui me font penser à l’Italie pour qualité et couleurs. L’ambiance par contre est 100% française. Ici ce sot les beaux magasins comme celui des pipes que j’aurais voulu photographier en premier, quand je me suis aperçue que la batterie de mon appareil était complètement plate ! Ici un dernier regard à la lune, pleine, avant de prendre le pont vers Part-Dieu. Ici la Croix Rousse et les ateliers des créateurs : Anliz, Sabine Orlandini, Beate Rönnefarth… Un cupidon, la maison de La Belle Cordière, la fontaine de la Place de la République, la Place du Tapis, la vue sur le vieux Lyon et la douce Saône. Ici le Musée d’Art Moderne de la ville de Lyon… Et donc c’est le Rhône et la vitesse. C’est la vie contemporaine qui s’écoule à l’extrême droite de cette ville tripartie. C’est ici le Mac, John Cage et le Parc de la Tête d’Or, ici la dernière indispensable création de Dave St-Pierre, ici l’émotion des chaises longues et blanches, ici des rencontres et des histoires possibles… Après la guerre, tout a été transformé, même le silence. Satie reste énigmatique Vers le Zen et Cage du côté de chez Swan. Moi je rentre à Paris (sans photo).
landscape, nyc 2006, corinna cadetto
Merce Bob & Me, nyc 2006, corinna cadetto

3.8.12

PASSAGGI IN PIANURA / crossing the plain



Immagini Dall’archivio Fotografico Storico Del Consorzio Di Bonifica Bassa Friulana /
Pictures From The Historical Archive Of The Lower Friuli Drainage Board

TRADUZIONI / TRANSLATION : TIM LACHIN (texts), ELIZABETH CHIRCOP (afterwords)

Nel 2005 il Consorzio di Bonifica della Bassa Friulana mi ha affidato il lavoro di catalogazione di circa 2000 fotografie ritrovate in alcune scatole nascoste nei meandri della sede di Udine. Le immagini, che ho scoperto tutte in buono stato di conservazione, raccontano della trasformazione del paesaggio della Bassa Pianura Friulana dall’inizio del 1900 agli anni ’60.
Durante il lavoro di archiviazione ho avuto il tempo di rendermi conto della complessità e soprattutto della necessità degli interventi di bonifica, e non solo nei territori soggetti a inondazioni. I lavori di bonifica sono un complesso di azioni e di reazioni che oppongono la forza e l’ingegno umano all’azione spontanea della natura. Il rapporto che lega questi due inseparabili antagonisti è regolato solo superficialmente da leggi meccaniche. Il linguaggio della bonifica è invece un paesaggio ricco di parole poetiche, filosofiche, letterarie e anche solo squisitamente estetiche.

2.8.12

Bruno Solques - Artisan Boulanger à Paris



Tra le nature morte di terracotta, ceramica e pane c'è il pane e poi qualche dolcetto rustico, torte salate e all'ora di pranzo delle baguettes farcite. Questo è il piccolo atelier di Bruno Solques, artigiano panettiere che espone le sue opere in rue Saint-Jacques a Parigi, non lontano dal giardino del Lussemburgo in direzione Pantheon/Val de Grace. Insisto sull'atmosfera promiscua tra verità e finzione, tra vegetale e animale, tra arte e artigianato. Bruno assomiglia a Lucio Battisti e questo canta come amore per le cose semplici e pure. Così mi sembrano le sue creazioni che a me piacciono proprio perché non sono raffinate e per niente stucchevoli. La pasta delle crostate è quasi senza zucchero e le paste lievitate sono più dei paninetti farciti alla frutta fresca. Le baguette per il pranzo vengono farcite poco prima di mezzogiorno e lasciate nel laboratorio, sul piano di lavoro in marmo. Il fatto che non siano esposte in una vetrina le rende autentiche e sembra quasi che stiano aspettando ognuna il suo addentatore. Io mi ritrovo in questo luogo che è personalissimo e sano. Non mi riferisco alla farina biologica, né alla qualità degli ingredienti dei ripieni. Quello che mi sembra sano è il lavoro di un uomo e della sua piccola famiglia (Bruno è sposato con Marketa e da poco hanno una bellissima bambina). Senza paura di essere quello che sono insieme sfidano le convenzioni e i cliché parigini che come si sa, in materia di boulangerie e viennoiseries sono puntualissimi. Il gusto del popolo francese è formato a riconoscere cotture, creme e coperture di qualsiasi tipo. Quasi tutti qui in Francia sono gourmands (golosi) e da gourmands si permettono di snobbare la semplicità delle cose buone. Io amo il grano appena raccolto, sgranarlo e cuocerlo. Forse Bruno, che è di Nizza, non si allontana molto da questo piacere.

25.7.12

Espadrillas/Espadrilles


Niente espadrillas in Sardegna e ho temuto il peggio. Ne avevo comprato un paio ad Alicante in giugno. Il modello di base “made in Spain” e “cocido a mano” mi era costato 5euro in una piccola zapateria di El Altet. Durata di vita 1 settimana! Poi in Friuli mi sono servita nella “dispensa” di casa dove ce n’erano 2 paia ancora da screare. Ho scelto il paio color rosso, garantito “made in italy”. Ottima tenuta! Questo paio è sopravvissuto a una ventina di giorni di lavori nei campi, potature e dirupi. Ho dovuto ricucirle e quando ho deciso di smetterle veramente non restava più gran cosa (vedi foto). Avrei voluto comprarne un altro paio ma come ho detto in Sardegna, almeno in provincia di Oristano, le espadrillas non si trovano più. Se ho capito bene è a causa della loro breve durata. La gente preferisce scarpe in plastica di origine cinese e quel che è peggio che quando si chiedono le Espadrillas * i commercianti propongono automaticamente delle similari “made in china”, rigorosamente nere all’esterno e bianche all’interno, felpate con tessuto sintetico e risuolate con gomma ancor più sintetica. Francamente orribili e piuttosto adatte ai climi invernali. Forse dureranno di più ma io non vedo l’ora che si rompano! Speriamo che la gente non si dimentichi quali sono le vere espadrillas e soprattutto che lo sparto una risorsa economica molto ecologica (aiuta a combattere l’erosione dei suoli nelle regioni di steppe aride). Di sicuro in Francia nessuno rischia di perdere questa conoscenza. A Parigi le espadrillas si trovano piuttosto facilmente. La scelta è ampia: si passa dal modello di base “made in Bangladesh” a 4.50 euro (prezzo minimo finora registrato in zona Place d’Italie), ai 20euro per il modello base di qualità “made in France”, fino a superare i 100euro per modelli in cuoio o decorati con varie tecniche e tessuti. Fin dal mio primo viaggio a Parigi avevo messo nella mia lista di negozi speciali un cordonnier del Marais che ha una vetrina interamente dedicata alle espadrillas. Le sue espadrillas sono care, ma sono belle e certi modelli veramente originali!
La ricerca quasi spasmodica delle espadrillas in Sardegna (la mia tesi è che se compro 10 paia di espadrillas a 5euro spendo 50euro e posso tranquillamente camminare per tutta l’estate allo stesso prezzo di un paio di scarpe di media qualità che forse durerebbero una stagione) mi ha fatto anche ripensare ai nostri scarpets furlans. Forse non tutti li conoscono, come il Friuli del resto. Gli scarpets sono delle scarpette con una tomaia in velluto o cotone pesante (normalmente sono ritagli avanzati dal confezionamento di tende e giacche) rivestite in cotone bianco (vecchie lenzuola). Anche la suola è fatta di strati di cotone sovrapposto e cucito a mano. Gli scarpets da lavoro sono ingegnosamente risuolati con la gomma delle ruote di bicicletta (naturalmente bucata☺). La versione festiva presenta una tomaia classicamente nera ornata da dei florus di montagne ricamati a mano. In comune con le espadrillas e forse altre scarpe tradizionali, le suole degli scarpets sono neutre, cioè inizialmente non si distingue la forma del piede destro da quella del piede sinistro. È il proprietario (o forse i piedi stessi) a decidere dove infilarsi e a dare forma a questo prezioso oggetto che proteggerà (alpargar) i piedi senza condizionare troppo la loro particolare forma (siamo d’accordo che non c’è un piede uguale all’altro). Senza sprecare pensieri su tutto un mondo di scarpe antinaturalistiche dotate di tacchi e punte e altre diavolerie che riflettono il piacere autodistruttivo degli esseri umani, rifletto ora su quelle scarpe apparentemente comode che hanno il pregio di assecondare la forma del piede. Non saranno un po’ viziose? Forse il disegno che imita la pianta costringe come o più di quello che la snatura. Perché non credere che la libertà sia uno spazio neutro capace di ospitare la nostra speciale forma?

* Chiamate anche alpargatas o esparteñas. Sono scarpe tradizionalmente usate dai contadini e di origine antichissima. Realizzate cucendo a mano una suola in sparto o altro cordame naturale (fibra vegetale), una tomaia in cotone e risuolando con gomma naturale.

15.7.12

Quando la terra abbraccia il mare - Omaggio a Santa Maria de is aquas di Alberto Muro Pelliconi

Quest’anno ad Ales per la festa dei Santi Pietro e Paolo è arrivata la "Madonnina del mare". Questa statuetta di terracotta smaltata è della misura giusta per poterla abbracciare, anche solo con uno sguardo. Il suo posto è invece esattamente quello di una nicchia che fino ad ora era restata vuota. Questa nicchia si trova al centro dell’altare della cappella dedicata a San Michele Arcangelo, quello che col suo gesto risoluto domina baroccamente il dipinto che ricopre quasi interamente la parete che si presenta subito alla destra di chi entra nella Cattedrale di San Pietro. I toni terreni del tenero gesto che sancisce il sublime accordo tra la madre e il suo adorato figlio contrastano solo apparentemente con le tinte infuocate della scena dell’uccisione del drago. La bestia è ancora e sempre il male da sconfiggere e isolare per assicurare la continuità della vita dell’uomo sulla terra, su questa terra. E di vibrante terra, terra cotta in un fuoco che brucia a più di mille gradi è fatta questa Madonnina del mare. Al suo fianco resta invece immobile l’architettura rosea del fonte battesimale, struttura sacra radicata nel culto delle acque dolci e quindi atta a simboleggiare una vita che si prolunga nel tempo della fede. Ma prima di tutto c’era il mare e con la sua forza colossale invadeva tutto ciò che ora si può respirare. Il mare infinito abbracciato al cielo e nascosto al centro, come il nocciolo in una mandorla, cresceva il sentimento della vita. Quest’anno ad Ales è arrivato il mare e con questo il vibrante senso del nuovo, l’idea dell’altro al di là del limite che siamo “noi”*. Il mare avvolge il volto bianco e puro della madre che a sua volta è tenuto con misurata precisione dal piccolo uomo che l’ammira senza timore. Siamo nello smisurato cerchio della vita e la fisica dei colori lo evidenzia senza dubbio. Le vesti sono delle messi dorate dal sole. Calde spighe stilizzate formano la possente aureola di entrambe le figure e grosse pannocchie di mais dorato incorniciano il classico panneggio delle ruvide vesti. Il nucleo è così abitato dalla terrestre ciclicità delle stagioni e la sua forza compatta assicura il territorio come l’ancora di una nave al suo ultimo porto. La luce smaltata dei blu e dei gialli è moderata dal bianco candore dei volti e delle mani sfaccendate. E soprattutto sono i vibranti riflessi del tramonto ad Acquafrida Di lassù si vede il Golfo di Oristano e nel contempo si abbracciano i monti della Giara e le poche luci che sono i paesini di questo ostile paradiso. Il legame fra questi due mondi si respira nel vanitoso pavoneggiarsi delle onde che si abbracciano al silenzio della notte e scompaiono nel sogno del vento. * Per capire cosa rappresenta questo “noi” in Sardegna si può fare riferimento a “L’incontro” di Michela Murgia, Torino, Einaudi.

5.5.12

L’Apicoltore di Theo Angelopoulos

Tolta la maschera barocca che avvolge la Sicilia di Giuseppe Tomasi resta l’Apicoltore di Angelopoulos. Come un’immagine riflessa in uno specchio senza ombre si proietta la fine di un’epoca, la fine di un mondo e dei suoi valori, la fine di un apicoltore e delle sue api. Il brusio che accompagna la scena finale dell’Apicoltore suona come l’indimenticabile valzer del ballo girato a Palazzo Gangi, il grande ballo degli addii. Qui non ci sono decori e costumi lussuosi, qui non ci sono opulenti signori strappati all’olimpo Hollywoodiano per imitare le buffe movenze di maci devoti alla santa madre chiesa. No, qui non ci sono le luci infiocchettate dei grandi lampadari in cristallo ma solo uno scarno cielo che bacia ostinatamente la sua terra. Terra amata da sempre e perpetuamente risvegliata dal soffio di Zefiro. Qui ancora sono semplici alveari che viaggiano ammassati in uno sgangherato furgone che vede ormai solo tristezze. Ruderi, centrali elettriche, distributori di benzina, autostrade, militari, sigarette, birre in lattina, juke-boxes, malati terminali... Il paesaggio aspetta tranquillo la morte degli ultimi resistenti. La primavera anche lei aspetta…. In questa tristezza la vita appare come un fiore appena sbocciato, un’autostoppista. Da dove viene non si sa. È disorientata, non sa quello che vuole ma cerca un legame col vecchio mondo, con la storia. Per sua natura erra e poi vuole: vuole vivere e vuole morire. Piove, è primavera. Una primavera definitiva e Spyros lo sa. A suo modo, come la natura gli ha insegnato, senza parole, si congeda. Sistemata l’ultima incombenza e scattata l’ultima enigmatica fotografia, Spyros celebra l’ultimo sacrificio sull’altare di un vecchio cinema spento. È il passaggio ad un’altra epoca è il messaggio che si trasmette con la vita, con la morte. Lei se ne va da dove è venuta con la storia attaccata al collo, come un bambino che vuole la mamma. La fine di Spyros è una mattina, sull’isola, in mezzo al mare. È qui che Spyros si lascia cadere ed è qui che la primavera ricomincia la sua perpetua danza.

1.11.11

1° novembre 2011


diane Arbus - Marcel Duchamp et Alexina Suttler - 1965 - nyc
sabato sera alla lavanderia a gettoni sono stata rapita dall'immagine del manifesto della mostra di Diane Arbus. è la foto del bambino che gioca con la bomba a mano in plastica a central park. non conoscevo ancora diane arbus. oggi sono andata alla mostra, giorno perfetto. ho seguito il percorso in fila indiana, ho guardato in silenzio e lasciato il mio pensiero uscire silenzioso. INCREDIBILE. ASSURDO. ORRIBILE. questo è il nostro mondo, quello di tutti i giorni, quello che si nasconde nella vita. diane arbus è andata nei manicomi e poi è morta. diane arbus si è suicidata dopo essersi comprata una nikon 6x7. la follia la perseguitava. lei ha fotografato marcello mastroianni nella sua stanza d'albergo a nyc, lei ha visto i mostri nascosti nella sordida luce della città. lei mi ha detto che siamo forme tutte diverse e assolutamente straordinarie.

19.9.11

Freedom / Jonathan Franzen


Questa sera ho incontrato Jonathan Franzen. È arrivato in aereo dall’Australia per presentare ai parigini la traduzione di Freedom, il suo ultimo romanzo. Simpatica intervista con una Nelly Kaprielian in tacchi a rete e brillante traduttore simultaneo + suggestiva doppia lettura. Da una parte, in english, Jonathan e dall’altra, in french, Charlotte Rampling. Lui per me assomiglia un po’ a RanXerox, lei ha le gambe sottili e lunghe e mi fa pensare a un ghepardo con quella testa lontana e piccola. La traduzione implica uno spostamento di pensiero, un accumulo di pause e accenti che non hanno niente in comune con l’originale. Jonathan legge senza raccontare. Il suo tempo è quello di una telecronaca sportiva. La morale masticata con ironia come una chewing-gum. È il tempo del romanzo che da quanto ho capito, racconta la storia di una famiglia americana. In francese questa storia si appesantisce di toni ottocenteschi e pensieri borghesi assolutamente inutili e soprattutto innaturali. La serata è un successo, il teatro de l’Odeon quasi completamente riempito da un pubblico anglo-francofono. Infine la dedica. Certo avrei potuto esprimermi grammaticalmente meglio quando ho detto (in english) che ancora non ho letto il suo ultimo libro, ma che avevo letto Le correzioni nella traduzione italiana. Lui mi ha chiesto se è una buona traduzione e io ho risposto di si. Poi ho aggiunto che ho apprezzato soprattutto una pagina, e cioè quella in cui non c’è neanche un punto (a parte quello finale). Lui ha capito, mi ha stretto la mano e mi ha consegnato semplicemente il mio Freedom.

17.4.11

L'oeil et l'infini


Un parcours dansant entre l'ombre et la lumière, là où la réalité se cache derrière le rêve et vice-versa. Un parcours à danser, comme pour coudre son propre corp aux images. Une danse à trois temps, une valse symboliste sous un ciel baroque. Le rytme suive une logique asymétrique qui se base sur un miroir portable. Puis il y a le rouge et le bleu, le jaune et l'été... Puis il y a le vent et encore la vie outre la mer.

15.1.11

Il Melograno

Non so se è il mio frutto preferito, ma è meraviglioso! Adoro comprarlo e poi aspettare il momento giusto per sgranarlo. Tutto è simbolico in questa preparazione che inevitabilmente lascia il segno sulle piastrelle, sulla maglietta e sui piatti stesi ad asciugare. Schizza e crocchia, è vivo e vitale, il melograno è mistico ! Io l’aggiungo elle insalate alle zuppe e ai dessert. Non penso troppo a farne un succo per non distruggere la croccante perfezione dei suoi grani. Mi ricordo dello sciroppo di granatina che bevevo quando andavo a giocare da zia Letizia e dell’idea di una marmellata di pere e succo di melograno. Oggi zuppa di zucca con melograno e rucola.

Una ciotola di ash-e anar, una zuppa persiana preparata con succo di melograno

Lucas Cranach il vecchio in mostra al BOZAR

di Lucas Cranach mi ricordo la smorfia di cupido quando scopre al contempo la dolcezza del miele e il pungiglione delle api, il blu che fa da sfondo ad alcuni piccoli preziosi ritratti, l’idea di aderenza a un codice e dell’assenza di genio, la natura barocca del segno suo grafico, il senso del paesaggio. Mi ha divertito il percorso raccontato dal cane max che chiacchiera con il cervo che si finge morto per non essere ucciso dai cacciatori, la squisita visionarietà degli angeli che presiedono agli eventi storici occorsi alla sacra famiglia, la profonda ombra lanciata dall’ultima sala, quella dove si trovano i ritratti di Martin Lutero e le immagini chiave dell’iconografia protestante. Lo definirei concretamente astratto.

"Ercole ed Onfale" (1537?)

14.1.11

Somewhere di Sophia Coppola


è un bellissimo regalo d'inizio anno. Somewhere è vero, pulito, fresco. esteticamente impeccabile, deliziosamente manicheo, documentaristico, romantico e poi alla fine perfettamente risolto. da una parte il deserto e una ferrari nera, dall'altra il cuore.