2.8.12

Bruno Solques - Artisan Boulanger à Paris



Tra le nature morte di terracotta, ceramica e pane c'è il pane e poi qualche dolcetto rustico, torte salate e all'ora di pranzo delle baguettes farcite. Questo è il piccolo atelier di Bruno Solques, artigiano panettiere che espone le sue opere in rue Saint-Jacques a Parigi, non lontano dal giardino del Lussemburgo in direzione Pantheon/Val de Grace. Insisto sull'atmosfera promiscua tra verità e finzione, tra vegetale e animale, tra arte e artigianato. Bruno assomiglia a Lucio Battisti e questo canta come amore per le cose semplici e pure. Così mi sembrano le sue creazioni che a me piacciono proprio perché non sono raffinate e per niente stucchevoli. La pasta delle crostate è quasi senza zucchero e le paste lievitate sono più dei paninetti farciti alla frutta fresca. Le baguette per il pranzo vengono farcite poco prima di mezzogiorno e lasciate nel laboratorio, sul piano di lavoro in marmo. Il fatto che non siano esposte in una vetrina le rende autentiche e sembra quasi che stiano aspettando ognuna il suo addentatore. Io mi ritrovo in questo luogo che è personalissimo e sano. Non mi riferisco alla farina biologica, né alla qualità degli ingredienti dei ripieni. Quello che mi sembra sano è il lavoro di un uomo e della sua piccola famiglia (Bruno è sposato con Marketa e da poco hanno una bellissima bambina). Senza paura di essere quello che sono insieme sfidano le convenzioni e i cliché parigini che come si sa, in materia di boulangerie e viennoiseries sono puntualissimi. Il gusto del popolo francese è formato a riconoscere cotture, creme e coperture di qualsiasi tipo. Quasi tutti qui in Francia sono gourmands (golosi) e da gourmands si permettono di snobbare la semplicità delle cose buone. Io amo il grano appena raccolto, sgranarlo e cuocerlo. Forse Bruno, che è di Nizza, non si allontana molto da questo piacere.

25.7.12

Espadrillas/Espadrilles


Niente espadrillas in Sardegna e ho temuto il peggio. Ne avevo comprato un paio ad Alicante in giugno. Il modello di base “made in Spain” e “cocido a mano” mi era costato 5euro in una piccola zapateria di El Altet. Durata di vita 1 settimana! Poi in Friuli mi sono servita nella “dispensa” di casa dove ce n’erano 2 paia ancora da screare. Ho scelto il paio color rosso, garantito “made in italy”. Ottima tenuta! Questo paio è sopravvissuto a una ventina di giorni di lavori nei campi, potature e dirupi. Ho dovuto ricucirle e quando ho deciso di smetterle veramente non restava più gran cosa (vedi foto). Avrei voluto comprarne un altro paio ma come ho detto in Sardegna, almeno in provincia di Oristano, le espadrillas non si trovano più. Se ho capito bene è a causa della loro breve durata. La gente preferisce scarpe in plastica di origine cinese e quel che è peggio che quando si chiedono le Espadrillas * i commercianti propongono automaticamente delle similari “made in china”, rigorosamente nere all’esterno e bianche all’interno, felpate con tessuto sintetico e risuolate con gomma ancor più sintetica. Francamente orribili e piuttosto adatte ai climi invernali. Forse dureranno di più ma io non vedo l’ora che si rompano! Speriamo che la gente non si dimentichi quali sono le vere espadrillas e soprattutto che lo sparto una risorsa economica molto ecologica (aiuta a combattere l’erosione dei suoli nelle regioni di steppe aride). Di sicuro in Francia nessuno rischia di perdere questa conoscenza. A Parigi le espadrillas si trovano piuttosto facilmente. La scelta è ampia: si passa dal modello di base “made in Bangladesh” a 4.50 euro (prezzo minimo finora registrato in zona Place d’Italie), ai 20euro per il modello base di qualità “made in France”, fino a superare i 100euro per modelli in cuoio o decorati con varie tecniche e tessuti. Fin dal mio primo viaggio a Parigi avevo messo nella mia lista di negozi speciali un cordonnier del Marais che ha una vetrina interamente dedicata alle espadrillas. Le sue espadrillas sono care, ma sono belle e certi modelli veramente originali!
La ricerca quasi spasmodica delle espadrillas in Sardegna (la mia tesi è che se compro 10 paia di espadrillas a 5euro spendo 50euro e posso tranquillamente camminare per tutta l’estate allo stesso prezzo di un paio di scarpe di media qualità che forse durerebbero una stagione) mi ha fatto anche ripensare ai nostri scarpets furlans. Forse non tutti li conoscono, come il Friuli del resto. Gli scarpets sono delle scarpette con una tomaia in velluto o cotone pesante (normalmente sono ritagli avanzati dal confezionamento di tende e giacche) rivestite in cotone bianco (vecchie lenzuola). Anche la suola è fatta di strati di cotone sovrapposto e cucito a mano. Gli scarpets da lavoro sono ingegnosamente risuolati con la gomma delle ruote di bicicletta (naturalmente bucata☺). La versione festiva presenta una tomaia classicamente nera ornata da dei florus di montagne ricamati a mano. In comune con le espadrillas e forse altre scarpe tradizionali, le suole degli scarpets sono neutre, cioè inizialmente non si distingue la forma del piede destro da quella del piede sinistro. È il proprietario (o forse i piedi stessi) a decidere dove infilarsi e a dare forma a questo prezioso oggetto che proteggerà (alpargar) i piedi senza condizionare troppo la loro particolare forma (siamo d’accordo che non c’è un piede uguale all’altro). Senza sprecare pensieri su tutto un mondo di scarpe antinaturalistiche dotate di tacchi e punte e altre diavolerie che riflettono il piacere autodistruttivo degli esseri umani, rifletto ora su quelle scarpe apparentemente comode che hanno il pregio di assecondare la forma del piede. Non saranno un po’ viziose? Forse il disegno che imita la pianta costringe come o più di quello che la snatura. Perché non credere che la libertà sia uno spazio neutro capace di ospitare la nostra speciale forma?

* Chiamate anche alpargatas o esparteñas. Sono scarpe tradizionalmente usate dai contadini e di origine antichissima. Realizzate cucendo a mano una suola in sparto o altro cordame naturale (fibra vegetale), una tomaia in cotone e risuolando con gomma naturale.

15.7.12

Quando la terra abbraccia il mare - Omaggio a Santa Maria de is aquas di Alberto Muro Pelliconi

Quest’anno ad Ales per la festa dei Santi Pietro e Paolo è arrivata la "Madonnina del mare". Questa statuetta di terracotta smaltata è della misura giusta per poterla abbracciare, anche solo con uno sguardo. Il suo posto è invece esattamente quello di una nicchia che fino ad ora era restata vuota. Questa nicchia si trova al centro dell’altare della cappella dedicata a San Michele Arcangelo, quello che col suo gesto risoluto domina baroccamente il dipinto che ricopre quasi interamente la parete che si presenta subito alla destra di chi entra nella Cattedrale di San Pietro. I toni terreni del tenero gesto che sancisce il sublime accordo tra la madre e il suo adorato figlio contrastano solo apparentemente con le tinte infuocate della scena dell’uccisione del drago. La bestia è ancora e sempre il male da sconfiggere e isolare per assicurare la continuità della vita dell’uomo sulla terra, su questa terra. E di vibrante terra, terra cotta in un fuoco che brucia a più di mille gradi è fatta questa Madonnina del mare. Al suo fianco resta invece immobile l’architettura rosea del fonte battesimale, struttura sacra radicata nel culto delle acque dolci e quindi atta a simboleggiare una vita che si prolunga nel tempo della fede. Ma prima di tutto c’era il mare e con la sua forza colossale invadeva tutto ciò che ora si può respirare. Il mare infinito abbracciato al cielo e nascosto al centro, come il nocciolo in una mandorla, cresceva il sentimento della vita. Quest’anno ad Ales è arrivato il mare e con questo il vibrante senso del nuovo, l’idea dell’altro al di là del limite che siamo “noi”*. Il mare avvolge il volto bianco e puro della madre che a sua volta è tenuto con misurata precisione dal piccolo uomo che l’ammira senza timore. Siamo nello smisurato cerchio della vita e la fisica dei colori lo evidenzia senza dubbio. Le vesti sono delle messi dorate dal sole. Calde spighe stilizzate formano la possente aureola di entrambe le figure e grosse pannocchie di mais dorato incorniciano il classico panneggio delle ruvide vesti. Il nucleo è così abitato dalla terrestre ciclicità delle stagioni e la sua forza compatta assicura il territorio come l’ancora di una nave al suo ultimo porto. La luce smaltata dei blu e dei gialli è moderata dal bianco candore dei volti e delle mani sfaccendate. E soprattutto sono i vibranti riflessi del tramonto ad Acquafrida Di lassù si vede il Golfo di Oristano e nel contempo si abbracciano i monti della Giara e le poche luci che sono i paesini di questo ostile paradiso. Il legame fra questi due mondi si respira nel vanitoso pavoneggiarsi delle onde che si abbracciano al silenzio della notte e scompaiono nel sogno del vento. * Per capire cosa rappresenta questo “noi” in Sardegna si può fare riferimento a “L’incontro” di Michela Murgia, Torino, Einaudi.

5.5.12

L’Apicoltore di Theo Angelopoulos

Tolta la maschera barocca che avvolge la Sicilia di Giuseppe Tomasi resta l’Apicoltore di Angelopoulos. Come un’immagine riflessa in uno specchio senza ombre si proietta la fine di un’epoca, la fine di un mondo e dei suoi valori, la fine di un apicoltore e delle sue api. Il brusio che accompagna la scena finale dell’Apicoltore suona come l’indimenticabile valzer del ballo girato a Palazzo Gangi, il grande ballo degli addii. Qui non ci sono decori e costumi lussuosi, qui non ci sono opulenti signori strappati all’olimpo Hollywoodiano per imitare le buffe movenze di maci devoti alla santa madre chiesa. No, qui non ci sono le luci infiocchettate dei grandi lampadari in cristallo ma solo uno scarno cielo che bacia ostinatamente la sua terra. Terra amata da sempre e perpetuamente risvegliata dal soffio di Zefiro. Qui ancora sono semplici alveari che viaggiano ammassati in uno sgangherato furgone che vede ormai solo tristezze. Ruderi, centrali elettriche, distributori di benzina, autostrade, militari, sigarette, birre in lattina, juke-boxes, malati terminali... Il paesaggio aspetta tranquillo la morte degli ultimi resistenti. La primavera anche lei aspetta…. In questa tristezza la vita appare come un fiore appena sbocciato, un’autostoppista. Da dove viene non si sa. È disorientata, non sa quello che vuole ma cerca un legame col vecchio mondo, con la storia. Per sua natura erra e poi vuole: vuole vivere e vuole morire. Piove, è primavera. Una primavera definitiva e Spyros lo sa. A suo modo, come la natura gli ha insegnato, senza parole, si congeda. Sistemata l’ultima incombenza e scattata l’ultima enigmatica fotografia, Spyros celebra l’ultimo sacrificio sull’altare di un vecchio cinema spento. È il passaggio ad un’altra epoca è il messaggio che si trasmette con la vita, con la morte. Lei se ne va da dove è venuta con la storia attaccata al collo, come un bambino che vuole la mamma. La fine di Spyros è una mattina, sull’isola, in mezzo al mare. È qui che Spyros si lascia cadere ed è qui che la primavera ricomincia la sua perpetua danza.

1.11.11

1° novembre 2011


diane Arbus - Marcel Duchamp et Alexina Suttler - 1965 - nyc
sabato sera alla lavanderia a gettoni sono stata rapita dall'immagine del manifesto della mostra di Diane Arbus. è la foto del bambino che gioca con la bomba a mano in plastica a central park. non conoscevo ancora diane arbus. oggi sono andata alla mostra, giorno perfetto. ho seguito il percorso in fila indiana, ho guardato in silenzio e lasciato il mio pensiero uscire silenzioso. INCREDIBILE. ASSURDO. ORRIBILE. questo è il nostro mondo, quello di tutti i giorni, quello che si nasconde nella vita. diane arbus è andata nei manicomi e poi è morta. diane arbus si è suicidata dopo essersi comprata una nikon 6x7. la follia la perseguitava. lei ha fotografato marcello mastroianni nella sua stanza d'albergo a nyc, lei ha visto i mostri nascosti nella sordida luce della città. lei mi ha detto che siamo forme tutte diverse e assolutamente straordinarie.

19.9.11

Freedom / Jonathan Franzen


Questa sera ho incontrato Jonathan Franzen. È arrivato in aereo dall’Australia per presentare ai parigini la traduzione di Freedom, il suo ultimo romanzo. Simpatica intervista con una Nelly Kaprielian in tacchi a rete e brillante traduttore simultaneo + suggestiva doppia lettura. Da una parte, in english, Jonathan e dall’altra, in french, Charlotte Rampling. Lui per me assomiglia un po’ a RanXerox, lei ha le gambe sottili e lunghe e mi fa pensare a un ghepardo con quella testa lontana e piccola. La traduzione implica uno spostamento di pensiero, un accumulo di pause e accenti che non hanno niente in comune con l’originale. Jonathan legge senza raccontare. Il suo tempo è quello di una telecronaca sportiva. La morale masticata con ironia come una chewing-gum. È il tempo del romanzo che da quanto ho capito, racconta la storia di una famiglia americana. In francese questa storia si appesantisce di toni ottocenteschi e pensieri borghesi assolutamente inutili e soprattutto innaturali. La serata è un successo, il teatro de l’Odeon quasi completamente riempito da un pubblico anglo-francofono. Infine la dedica. Certo avrei potuto esprimermi grammaticalmente meglio quando ho detto (in english) che ancora non ho letto il suo ultimo libro, ma che avevo letto Le correzioni nella traduzione italiana. Lui mi ha chiesto se è una buona traduzione e io ho risposto di si. Poi ho aggiunto che ho apprezzato soprattutto una pagina, e cioè quella in cui non c’è neanche un punto (a parte quello finale). Lui ha capito, mi ha stretto la mano e mi ha consegnato semplicemente il mio Freedom.

17.4.11

L'oeil et l'infini


Un parcours dansant entre l'ombre et la lumière, là où la réalité se cache derrière le rêve et vice-versa. Un parcours à danser, comme pour coudre son propre corp aux images. Une danse à trois temps, une valse symboliste sous un ciel baroque. Le rytme suive une logique asymétrique qui se base sur un miroir portable. Puis il y a le rouge et le bleu, le jaune et l'été... Puis il y a le vent et encore la vie outre la mer.

15.1.11

Il Melograno

Non so se è il mio frutto preferito, ma è meraviglioso! Adoro comprarlo e poi aspettare il momento giusto per sgranarlo. Tutto è simbolico in questa preparazione che inevitabilmente lascia il segno sulle piastrelle, sulla maglietta e sui piatti stesi ad asciugare. Schizza e crocchia, è vivo e vitale, il melograno è mistico ! Io l’aggiungo elle insalate alle zuppe e ai dessert. Non penso troppo a farne un succo per non distruggere la croccante perfezione dei suoi grani. Mi ricordo dello sciroppo di granatina che bevevo quando andavo a giocare da zia Letizia e dell’idea di una marmellata di pere e succo di melograno. Oggi zuppa di zucca con melograno e rucola.

Una ciotola di ash-e anar, una zuppa persiana preparata con succo di melograno

Lucas Cranach il vecchio in mostra al BOZAR

di Lucas Cranach mi ricordo la smorfia di cupido quando scopre al contempo la dolcezza del miele e il pungiglione delle api, il blu che fa da sfondo ad alcuni piccoli preziosi ritratti, l’idea di aderenza a un codice e dell’assenza di genio, la natura barocca del segno suo grafico, il senso del paesaggio. Mi ha divertito il percorso raccontato dal cane max che chiacchiera con il cervo che si finge morto per non essere ucciso dai cacciatori, la squisita visionarietà degli angeli che presiedono agli eventi storici occorsi alla sacra famiglia, la profonda ombra lanciata dall’ultima sala, quella dove si trovano i ritratti di Martin Lutero e le immagini chiave dell’iconografia protestante. Lo definirei concretamente astratto.

"Ercole ed Onfale" (1537?)

14.1.11

Somewhere di Sophia Coppola


è un bellissimo regalo d'inizio anno. Somewhere è vero, pulito, fresco. esteticamente impeccabile, deliziosamente manicheo, documentaristico, romantico e poi alla fine perfettamente risolto. da una parte il deserto e una ferrari nera, dall'altra il cuore.

11.12.10

Divino Betile


Nuragic & Contemporary Art Museum design: Zaha Hadid with Patrik Schumacher


Render © Zaha Hadid Architects


A Cagliari ci sarà un museo dedicato all'arte nuragica e all'arte contemporanea. Nascerà sotto il segno dell'apertura e del confronto, con l’intento di far conoscere e valorizzare una civiltà tanto antica e affascinante quanto poco nota come quella nuragica. Si proporrà come punto di riferimento per le ricerche artistiche condotte oggi nell'area mediterranea, come spazio di dialogo e scambio tra popoli e culture. http://www.regione.sardegna.it/bandi_internazionali/betile/

1.11.10

L'Arca del Gusto

Dovete immaginare un’arca, e dentro l’arca, infiniti scaffali in cui giorno dopo giorno sono riposti gli infiniti sapori che la terra sa produrre. La terra si, ma in alleanza con l’uomo. Ecco il segreto della conservazione del gusto: la complicità tra natura e cultura. Dovete immaginare che l’arca esiste e che sta navigando nel grande mare dei luoghi comuni. Circondata da rifiuti, l’arca continua imperterrita il suo viaggio verso l’isola che non c’è, verso il futuro di un nuovo impero fondato sul rispetto della biodiversità. Quello dell’arca è, in effetti, l’unico futuro possibile. Per l’uomo non c’è alternativa, l’unica via di salvezza è quella di saltare su e di ricominciare ad assaggiare le infinite forme che la natura crea. Per esempio la biblica manna, « segno dell’alleanza tra uomo e natura » come ricorda Giulio Gelardi, il contadino prescelto per « continuare a raccogliere la manna nella valle che congiunge Pollina a Castelbuono in Sicilia ». Ma che cos’è la manna ? La manna è la linfa zuccherina che si ottiene praticando delle incisioni sulla corteccia del frassino nel momento in cui la pianta è in amore. Venendo a contatto con l’aria e il caldo dell’estate siciliana il succo condensa diventando appunto manna. Questo cristallo ricco di proprietà digestive, di sali minerali, decongestionante, espettorante, calmante ed emolliente è anche un ottimo dolcificante naturale che può essere usato anche dai diabetici perché non altera il livello glicemico nel sangue. Ad oggi, sono stati selezionati circa 200 presidi in Italia e 120 nel resto del mondo. Dal 2003 la fondazione Slow Food lavora al progetto « Arca del gusto » e cioè all’idea di salvare dall’estinzione le piccole produzioni di eccellenza gastronomica minacciate dall'agricoltura industriale, dal degrado ambientale e dall'omologazione. L'Arca del Gusto cerca, cataloga, descrive e segnala sapori quasi dimenticati di tutto il pianeta, dall’appena citata manna ai fagioli marroni (brown beans di Öland Island in Svezia. I prodotti dell’Arca, altrimenti destinati a scomparire, rientrano così nel circuito produttivo e commerciale e diventano al contempo il veicolo per la comunicazione del territorio dal quale provengono e di cui sono il frutto. L’Arca si mostra in tutta la sua varietà al Salone del Gusto di Torino, ogni anno a fine ottobre. Un passaggio al Salone è dunque una grande occasione per monitorare lo stato di salute della terra e non meno di assaggiare tutte le specialità presenti al contempo in questo straordinario contenitore delle eccellenze. Ma come giudicare la vitalità del pianeta e cosa pensare di tutte queste forme inusitate? Beh, direi che il criterio di base potrebbe essere lo stupore. Stupore nell’ascoltare la storia dei prodotti, come quella magnifica e mitologica del miele di Ohia Lehua, un arbusto della famiglia delle mirtacee endemico delle isole delle Hawaii. Si racconta che Pele, la dea del vulcano, s’innamorò perdutamente del giovane Ohi’a. Ohi’a rifiutò le attenzioni della grande dea poiché era innamorato di Lehua. Per vendicarsi, Pele trasformò Ohi’a in un albero. Furono gli altri dei, impietositi dal lamento di Ohia, a trasformarla nel fiore dell’albero. Si dice che quando sbocciano i fiori di Lehua, la pioggia arriva, come lacrime di Ohia…
Il miele di Ohia Lehua è fresco e non troppo dolce, sa di frutta tropicale e fiori. Ancora un segreto: il legno di Ohia Lehua è ignifugo! Ancora stupore nella comprensione di lingue sconosciute come il brasiliano parlato da un produttore di Andirà-Marau, nel bacino dei due fiumi omonimi, a cavallo tra gli stati di Amazonas e Parà. Questo rappresentante della tribù dei Sateré Mawé mi spiega che il nettare di canudo è uno specialissimo miele prodotto da un ape selvatica che non pica (punge). È molto meno dolce del miele che conosciamo e soprattutto più liquido e saporitissimo. I Sateré Mawé sono, con le api selvatiche canudo, i responsabili dell’impollinazione di almeno un’80% delle specie vegetali della foresta amazzonica. E già, senza le api la vita sulla terra non sarebbe possibile e come mi spiega Luigi Manias, apicoltore sardo di rara sensibilità, nemmeno la bellezza il cui simbolo sono proprio i fiori. Ma per finire il discorso sul lavoro dei Sateré Mawé, non posso non ricordare la lingua secca del gigantesco pesce Pirarucu (tipico abitante dei fiumi locali) che viene usata come raspa per grattugiare i pani dell’energetico guaranà, cibo preferito delle popolazioni locali e ormai coadiuvante nelle diete degli sportivi di tutto il mondo. Al Salone si passeggia dunque tra una regione e l’altra dell’Italia e del Mondo e tutto fa stupore: le patate dolci di Pampacorral, il testarolo artigianale pontremolese, le vecchie varietà di mandorle di Bostanlyk, l’umbù e la baru nut del Brasile, il pinolo di araucaria della Serra Catarinese, il cece di Vicereale, il miele di nespolo di ape nera sicula, il cavolo di fossa delle Alpi di Fischbacher e Wechsel, il melone d’inverno Purceddu d’Alcamo, i Cuddrireddri di Delia (dolcetti per le castellane), il Motal delle province armene di Gegharkunik, Kotayk e Shirak, la patata dlla Bisalta di Cuneo, il lonzino di fico della Serra de’ Conti Marche, il chinotto di Savona, il parmigiano reggiano prodotto con il latte di Vacche Rosse, il sale dolce di Cervia, le mortadelle di Campotosto, le nocciole “Tonde e Gentili” del Piemonte, l’uvetta Abjosh della provincia di Herat in Afghanistan, le mandorle di Avola, il fagiolo bianco di Controne, …
Ci sono poi le specialità specialissime come i Nocciolini di Chivasso e il mandorlato del Torronificio Scaldaferro. Prodotti che continuano la grande tradizione italiana di qualità e che sono l’esempio per quello che un giorno diventerà il mondo se tutti decideranno di dire sì solo al meglio che la natura sa offrire. E, se ho ben capito, è questo il fine a cui tende Slow Food, associazione politica rivoluzionaria che pacificamente ridona voce alla natura e alla bellezza isolando la logica della quantità e dell’accumulo in un angolo d’inutilità. Tutto è qui perché c’è amore, amore nel continuare una tradizione che dura da secoli e secoli e la cui origine si perde nell’origine del mondo di cui l’uomo, al pari delle altre creature, è parte integrante. W le api, w la natura!

4.10.10

IL PROFUMO DEI CAPPERI

Torno da un lungo fine-settimana passato a scoprire le ricchezze di Trapani e Pantelleria. Curiosa di vedere da dove vengono “questi benedetti capperi”, ho preso dunque il comodissimo aereo che collega Charleroi a Trapani. Trapani è la città capoluogo della provincia che occupa il territorio ovest dell’Isola di Sicilia. Oltre alle più note cittadine di Marsala (dove sbarcarono i Mille e Garibaldi nell’intento risorgimentale di dar vita all’Italia), Mazara del Vallo (che lega la sua notorietà soprattutto alla pesca), San Vito lo Capo (famosa per il suo Couscous e per le spiagge bianchissime) e naturalmente la bellissima e impervia Erice (un paese gioiello incastonato sulla cima del monte Erice, giusto alle spalle di Trapani), il comprensorio di Trapani si estende anche alle isole Egadi (Favignana, Levanzo e Marettimo) e all’Isola di Pantelleria. Se Favignana è più nota per la mattanza del tonno e per le sue industrie conserviere, Pantelleria lo è per i suoi capperi IGP, per il Passito e per il suo profumatissimo origano. Qui, ovunque ci si giri si trova qualcosa da ammirare. Che sia un tramonto, un’alba, una roccia a forma di elefante, un fiore, un frutto, un’architettura o la semplice forma delle cose che in questo particolare punto della terra assumono dolci sembianze amiche. Così a Trapani mi sono sentita subito di casa e non ho perso tempo per trovare la strada verso i suoi tesori. A Trapani c’è un lungomare magnifico su cui si affacciano le case rosate dei pescatori, ci sono dei bastioni e una torre che finisce nel mare. Ci sono le granite e cannoli della storica pasticceria Colicchia (la granita al caffè vale da sola il viaggio a Trapani. Deliziosa quella al gelsomino, fatta con i veri fiori di gelsomino!). A Trapani ci sono i generosi e semplici piatti di trattoria (vi consiglio di andare da Antichi Sapori) dove si può mangiare lo sgombro appena pescato e una deliziosa frittura di pesci neonati (latterini e capuccetti). Ci sono poi le viuzze della medioevale Erice, arroccate sulla cima dell’omonimo monte raggiungibile con una modernissima funivia da cui si gode un panorama eccezionale sulla penisola di Trapani e sulle sue suggestive saline. A Erice è d’obbligo la sosta presso la pasticceria di Maria Grammatico, orfanella che ha saputo tramandare la tradizione secolare delle suore di clausura di Erice. Sono speciali le paste di mandorla, i cannoli, le cassate, i mostaccioli, i bucellati di fichi e la frutta martorana da conservare nelle coloratissime scatole di legno siciliane. Da qui si ridiscende verso la città illuminata e il suo porto pieno di navi. Il mio viaggio continua… M’imbarco per Pantelleria dove mi risveglio come in un sogno. Ad attendermi c’è Marilena che con il suo entusiasmo e la sua solare bellezza comincia a raccontarmi “l’isola dei capperi”. Per la cronaca, Marilena e Alessandro sono i nostri fornitori di capperi, quelli della ditta Kazzen, nome della località situata a pochi chilometri dal paese di Pantelleria. Subito andiamo in azienda e vediamo come funzionano le cose. Conosco Alessandro che è intento a setacciare i capperi (i frutti, infatti, hanno un calibro diverso che ne determina l’impiego). Ci sono delle nuove marmellate e vari prodotti in preparazione. La specialità di questo periodo è l’elisir di passito, un “miele” che si ottiene dal mosto dell’uva zibibbo. È un prodotto straordinario che non avevo ancora mai assaggiato e che ovviamente si troverà presto in vendita da Mmmmh! Ottimo per accompagnare i formaggi, dolcificare tè e tisane o semplicemente per arricchire una fetta di pane. L’odore dei capperi in salamoia è penetrante e tipico, non potrò mai dimenticarlo! Basta lavorare! Marilena mi accompagna per Cale (così si chiamano i luoghi dell’isola) e paesaggi strepitosi: il lago Specchio di Venere, il laghetto delle Ondine, le fonti di acqua calda termale, la sauna della Grotta di Benukulà, le antiche tombe di Gibelé e la fossa del Russo, la Montagna Grande. Vediamo le viti bassissime e gli ulivi, vediamo i fichi d’india e le palme. La Macchia pantesca rivela colori straordinari e aspetti contrastanti di un mondo al limite tra il continente europeo e quello africano. L’origine vulcanica è indimenticabile: ovunque sono i segni dell’attività che anima il fondo di questo mare. Ho anche la fortuna di poter fare un bagno (il mio primo bagno di ottobre) nelle acque calde di Cala Gadir e poi un giro in barca intorno all’Isola. Tra le altre scopro dei biscotti al sesamo e dei cantucci che sono l’ideale accompagnamento per il Vin Passito di Pantelleria (che presto assaggerete!). La cucina pantesca è semplice e sincera. Pochi prodotti di grande qualità: capperi, olive, origano, pesce, … La pizza, il couscous e poi i ravioli panteschi (con il ripieno di ricotta, conditi con burro e salvia). Le ricette della tradizione si conservano fino a noi e si tramandano grazie al lavoro di famiglie come quella di Marilena e Alessandro (ci sono anche Camilla e Giorgia, due principesse di 13 e 6 anni). I prodotti tipici vengono selezionati e lavorati con cura per essere trasportati in tutto il mondo. Non solo capperi IGP al sale (i più rinomati e conosciuti). Ci sono quelli conservati nell’olio, i frutti del cappero, il paté di capperi e il pesto pantesco. Ci sono la crema di finocchietto selvatico, l’origano e l’uva zibibbo (secca, in confettura, in elisir) e poi il Passito. I prodotti di Kazzen sono il tesoro di Pantelleria e Marilena e Alessandro ne sono i custodi. Verranno presto da Mmmmh! per insegnarci a preparare il pesto pantesco e perfino un menù tipico dell’isola. Saluto Pantelleria sotto un cielo tappezzato di stelle e un leggero vento di Scirocco e mi risveglio di nuovo a Trapani. Sono ormai di casa, noleggio una bici e mi avvio verso le saline di Nubia. Il paesaggio è straordinario, tra mulini e vasche di decantazione, tra mucchi bianchi di cristalli purissimi e un cielo che si trasforma in mare. L’aria calda profuma di zagare e nei campi ormai spogli riposa ancora qualche melone giallo. Visito il museo del sale e poi il paese di Paceco che da i natali a ben 3 presidi slowfood: l’aglio rosso di Nubia, Il melone cartucciaro, e il pomodoro seccagno pizzutello. Sono momenti indimenticabili! Anche l’attesa dell’autobus alla stazione delle corriere, anche infine il ricordo della gentile accoglienza di questa terra (perché lo è, anche se in mezzo al mare) ordinata, orgogliosa e straordinariamente bella.

15.8.10

L'Eclisse 1962 - Michelangelo Antonioni


Segni incomprensibili, non narrativi: un acquedotto, un incrocio, una statua, una finestra. Segni antichi che rumoreggiano nel centro della città: telefoni automobili, caffé, messaggi cifrati. L'assurdo e inatteso dietro l'angolo: una vicina che uccide un palloncino, un ubriaco che ruba la macchina per finire nel fiume, un giocatore che scarabocchia fiorellini. Si parla di scimmie, di un luogo primitivo dove non c'è niente da capire, solo vita. Questo cerchiamo di dimenticare o ricordare.

14.8.10

Nel Paese di Herve

Sono stata a Aubel, nel paese di Herve, per visitare la sciropperia artigianale della famiglia Nyssen.
Mi hanno accolto Joseph, Claudy e Antoine che sono nell’ordine : il nonno, il padre e il nipote. Sono tre personalità molto diverse, ma unite da una grande passione : la sciropperia ! È un piacere scoprire che esistono ancora realtà come quelle che si trovano nel paese di Hervé dove le colline nascondono colline e ruscelli e fattorie e frutteti e tante, tante mucche… È un piacere arrivare a Aubel ed essere accolti da una famiglia vera e dalla semplice e squisita bontà di un succo di mela. Sono ancora estasiata dalla vista dei grandi calderoni in rame che servono a raffinare il succo di mela precotto. Uno dei tre racconta una lunga storia. Alla fine del 1800, fu offerto come regalo di matrimonio al bisnonno di Claudy e durante la seconda guerra mondiale, seppe resistere per mesi, nascosto sotto terra nel frutteto, pur di sfuggire alle razzie degli invasori. Calderoni così finora li avevo visti solo dipinti nei grandi affreschi medievali che rappresentano il giudizio universale o in generale qualche supplizio escogitato per esaltare il santo di turno. E già, i peccatori di un tempo si facevano bollire in pentola, come lo sciroppo di Aubel!
Ma andiamo per ordine. Claudy mi accompagna e mi spiega per filo e per segno a cosa servono tutte le cose che si trovano nel capannone che dal 1984 ospita la sciropperia. Si parte dall’esterno, dove si trovano i pallox, ovvero le grandi casse di legno portate dai contadini che tra metà settembre e metà novembre di ogni anno vengono a vendere la loro frutta alla famiglia Nyssen. Si tratta di pere e mele di alberi ad alto fusto. Questi alberi sono meno fruttiferi di quelli bassi, ma non richiedono l’uso di pesticidi e danno frutti molto più saporiti e succosi. Dopo la pesatura, che ha luogo nell’area esterna, la frutta viene immessa nella grande cisterna dove si svolge la prima cottura (4200 kg alla volta). Mescolata nella canonica proporzione 80% pere e 20% mele (frutti interi con queue, peau et mouche), la frutta bollirà dalle due del pomeriggio fino circa alle 3 del mattino quando Claudy arriverà per la pressatura (mise en presse).
Un ingegnoso sistema idraulico pompa il succo in una grande pressa che impietosa strizza i frutti fino a esaurimento. Il succo si raccoglie in un altro condotto che arriva dritto ai calderoni in rame. L’idea di una casa in cui, al posto dell’acqua, dai rubinetti fuoriesce del succo di mele mi riporta per un attimo nel bosco incantato di Hansel & Gretel, che ricordi! Ma ecco che Claudy tira fuori la “mahette” (è vallone!), una specie di grande maryse in legno e rame che serve a mescolare la pozione sbollentante. Serviranno due ore di cottura per ottenere lo sciroppo e alla fine è questione di attimi poiché un minuto più o uno in meno possono vanificare tutto il lavoro. Non esistono macchine capaci di riconoscere quando lo sciroppo è pronto. Il momento giusto è scelto in base all’esperienza dell’artigiano: Joseph, Claudy e poi Antoine…
Ma non è ancora finita poiché lo sciroppo deve ancora finire nei vasi ed essere etichettato. Ci vorrà ancora una notte per lasciare che si raffreddi e poi un sistema moderno per tappare ed etichettare. Una volta per invasare si usava un bel mestolo in rame (che qui si chiama pêlon). Claudy ne conserva uno e credo che lo usi ancora all’occorrenza! Ecco, il giro è finito. Saluto tutti e mi rimetto in cammino verso la città. Attraverso un échalier per uscire da questo mondo idilliaco e inconsciamente mi perdo un po’ prima di ritrovare la via. Passeggio nel parco di Valdieu, attraverso più volte il villaggio di Olne (tra i più belli della Vallonia), Pepinster, Soumagne, Battice, Thimister, Herve… Nel frattempo rifletto sugli ingredienti dello sciroppo e sulla necessità di un luogo di utilizzare le sue risorse, sulla naturalezza delle cose semplici e vere. Mi chiedo perché i datteri si trovino nella ricetta di un'altra sciropperia e mi rispondo che sarà per far addensare più rapidamente il succo, per scurirlo e per addolcirlo. I soli ingredienti dello sciroppo artigianale di Aubel sono: pere (80%) e mele (20%). Qui, a Aubel, non ci sono palme da datteri. Così, senza aggiunta di nient’altro, né zucchero, né datteri, lo sciroppo si conserva fino a 10 anni. È l’unico prodotto belga elencato tra i presidi di SlowFood, per ora… Rientro a malincuore e senza fermarmi a Liegi. Il Carré può attendere, ci andrò con Marie-Pierre quest’autunno, quando torneremo insieme per vedere e soprattutto annusare gli effluvi della nuova produzione. Per adesso speriamo che piova, se no le pere cadranno tutte prima di maturare. Ah, piova si, ma non troppo ;)